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I segreti di Santa Febronia

1 maggio 2011

Non era una ragazza uccisa dal padre ma una monaca orientale martirizzata nel 305. Dopo quattro secoli, studiosi a convegno svelano il mistero della protettrice di Patti.

Febronia, la santa protettrice di Patti, esce dalla leggenda per entrare nella storia e stravolge le secolari credenze che vogliono si tratti di una ragazza pattese scacciata e uccisa dal padre su una spiaggia della Marina perché, cristiana, aveva fatto voto di castità. Il corpo portato dal mare approdò a Minori, nel Salernitano dove viene ancora oggi venerata con il nome di Santa Trofimena. Studiosi di tutta Italia, tra cui il Benedettino belga Réginald Grégoire cattedratrico di Urbino, agiografo della segreteria di Stato di Papa Paolo VI, dice “no” alla leggenda e conferma le tesi storiche di Giuseppe Arlotta, autore di una ricerca scientifica sulla Santa e che dimostra che si tratta di religiosa orientale martirizzata nel 305. Lo studioso locale don Alfonso Sidoti, responsabile dell’Arca Magna della Curia, resiste sulla tradizione e taccia di “dilettantismo” il lavoro di ricerca storica. Due tesi dunque a confronto: quella di uno studioso autore di un libro che non fa riferimento ad alcun testo liturgico che possa testimoniare l’antico culto di Febronia e le nuove scoperte, documentate negli archivi di Minori e Patti, da cui si deduce che la Santa pattese sia una suora di Sibapoli in Mesopotamia, l’odierna Nusaybin in Turchia, il cui culto si è diffuso in tutto l’impero bizantino a partire dalla prima metà del VII secolo, per un riguardo nei confronti dell’imperatore Eraclio (610-641) la cui figlia si chiamava Febronia, mentre le reliquie della Trofimena sarebbero un “falso” storico voluto dalla Chiesa di Minori nel Salernitano che coinvolge ancora anche la Chiesa pattese. Febronia di Sibapoli durante le persecuzioni dei cristiani ordinate da Diocleziano fu condotta davanti al giudice Seleno, che la condannava ma che nello stesso tempo le proponeva salva la vita in cambio delle nozze col nipote. Dopo quattro secoli viene fuori il grande imbroglio, perché gli studiosi scoprono scientificamente la verità tra mille ostinazioni ma anche tra tanto desiderio della Chiesa ufficiale pattese che vuole sapere di più sulla sua Santa. La leggenda pattese che si fa risalire al III secolo dopo Cristo per una Santa che non esiste negli antichi martirologi siciliani e sulla quale il benedettino Grégoire dice e scrive “non esiste una Santa Febronia di Patti , è un culto introdotto sotto l’effetto di un gusto bizantineggiante, senza documentazione certa. Febronia di Patti o Trofimena di Minori sono un abuso agiografico, mentre tutte e due non sono la stessa persona.

Trani - Museo Diocesano Busto reliquiario di S. Febronia, XVII sec.

Trani – Museo Diocesano
Busto reliquiario di S. Febronia, XVII sec.

Tutto è un falso – continua il benedettino – costruito nel XVI secolo”. Un falso costruito a Minori ed esportato a Patti anche nel 1968, quando Mons. Giuseppe Pullano, vescovo del tempo, decise di portare in processione i resti della Santa Trofimena fatti arrivare dalla città della riviera Amalfitana. Gli studiosi continuano, scavando negli archivi e capovolgono persino l’esile leggenda sulla quale si fondava il credo per la Santa di Minori. Trofimena, oltre a non essere la ragazza uccisa a Patti e trasportata dal mare sulla spiaggia di Minori per essere trovata da una lavandaia, non è la Santa che i Minoresi venerano ma le ossa ritrovate, le prime tra i tanti sepolcri, da un pastaio, tale Gioacchino Farace, nel 1793, dopo 1500 anni, durante i lavori di ristrutturazione della Cattedrale. Il vescovo di Ravello, tre giorni dopo, autenticò come veri i resti per fare piacere alle autorità cittadine e religiose della stessa Minori, desiderosi questi ultimi di soddisfare i dubbi dei fedeli, stanchi di cercare una Santa inesistente. I minoresi pretesero allora di aver trovato il corpo della Santa nella Cattedrale di Minori, in quella cappella in cui per secoli erano stati sepolti i notabili della città. Tutto sembrava al suo posto: il legame tra Febronia di Patti e Trofimena di Minori lo si fa apparire come un tutt’uno. Le due città avevano raggiunto il loro prestigio perché la prima aveva dato i natali alla santa mentre l’altra ne aveva ritrovato e custodito il corpo. Nei secoli Minori manda pezzi di reliquie a Patti, prima un quarto di ginocchio nel 1665, nel 1673 il frammento di un braccio e il 5 luglio del 1968 il vescovo Pullano riceve finalmente una costola. Ma oggi il credente rifiuta gli schemi mentali dell’età moderna perché anacronistici e perché legati ad una Santa Febronia-Trofimena che i pattesi ancora oggi definiscono la protettrice dei forestieri cioè una Santa costruita agiograficamente per le esigenze dei forestieri di Minori, una Santa che, pur essendo la patrona di Patti, è venerata solo in una parte della città, nella parrocchia di San Bartolomeo. La Febronia di Sibapoli è invece venerata in molte città europee, così ha illustrato Paolo Chiesa, della università di Udine. “L’agiografia della suora di Sibapoli, ha confermato il benedettino Grégoire, contiene una moltitudine di messaggi biblici e pone la Santa come un modello di virtù da imitare”.

Basilio Caporlingua

su “Centonove” 4 settembre 1998

LEGGI ANCHE LA VERA STORIA: Santa Febronia – Chi è

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5 commenti

  1. A proposito dell’articolo ” I segreti di S. Febronia”

    Non ho potuto fare a meno di cogliere alcune inesattezze e assurdità riportate nel presente articolo.
    Vorrei suggerire all’autore di non limitarsi a fare un semplice riassunto del volume di Arlotta, o citare le tesi di Gregoire, ma di approfondire gli studi su S. Trofimena di Minori, soprattutto alla luce del ritrovamento dell’unico testimone manoscritto, studiato dal sottoscritto e pubblicato nel volume La Santa e la Città.
    Se le conclusioni di Gregoire sono impeccabili, lo studio sull’unico testimone manoscritto della leggenda agiografica di S. Trofimena, oltre a dar forza alla tesi sull’artificiosità del legame tra Febronia e Trofimena, dimostra come le conclusioni dell’Arlotta, risprese da Basilio Caporlingua, risultano alquanto forzate.
    Gli studiosi non hanno in realtà mai scavato negli archivi di Minori, ne tantomeno capovolto l’esile leggenda minorese, come la definisce l’autore dell’articolo. Definire il culto di Trofimena, consolidato da oltre 1300 anni di storia, dimostra una superficialità imbarazzante nella conduzione degli studi, un’impreparazione preoccupante non colmata dall’analisi dei principali contributi storiografici pubblicati negli ultimi trent’anni.
    E’ vero che l’identificazione di Trofimena con Febronia è un falso creato per tutta una serie di motivi nel XVI secolo, mi sembra però assurdo mettere in discussione la storicità del culto di S. Trofimena, senza proporre una solida analisi del contesto storico – agiografico altomedievale; un contesto storico in cui il culto conobbe un importate diffusione in buona parte dell’Italia meridionale, come dimostrano le tracce lasciate nei martirologi e nei libri liturgici medievali.
    Il codice agiografico da poco riportato all’attenzione degli studiosi, congiuntamente agli studi di Massimo Oldoni, dimostrano come in Costa d’Amalfi già nell’839 si custodisse il corpo della martire, tra l’altro conteso dai Longobardi di Benevento.
    Il 1793 segna semplicemente il secondo ritrovamento del corpo della Martire Siciliana, un avvenimento sicuramente romanzato, ma storicamente valido, che segna una nuova fase per la diocesi di Minori e per la tradizione popolare. Proprio quest’ultima ha colmato le lacune della narrazione agiografica, alimentando le teorie sul presunto legame con Patti.
    L’autore dell’articolo ha riportato semplicemente le tesi dell’Arlotta, ma non si è preoccupato di constatare la loro veridicità. L’Arlotta forse non sà che nella cappella di S. Trofimena, collacata all’interno della Cattedrale medievale di Minori era proibito seppellire defunti. Basta consultare le visite ad limina dei vescovi di Minori, documenti storici di grande importanza, ma quasi mai citati dagli studiosi, per capire che le teorie dell’Arlotta sulla inattendibilità del secondo ritrovamento sono in realtà assurde.
    I documenti a nostra disposizione smentiscono tutte le inesattezze contenute nell’articolo in questione: essi mostrano chiaramente la presenza del corpo della martire tra le mura della chiesa ad essa dedicata, inducendo a considerare come infelici farneticazioni le teorie legate all’identificazione del corpo della martire siciliana con i resti mortali di una fanciulla defunta nel Settencento e tumulata nella cappella principale della Cattedrale.
    Inviterei pertanto gli amministratori del blog, e tutti coloro che scrivono recensioni o saggi ad essere molto cauti quando trattano affrontati argomenti del genere. Il rischio, infatti, è quello di cadere in errore o scrivere delle sciocchezze.
    Vedo che sul blog sono pubblicati alcuni miei contributi, tra l’altro tratti dal sito del Centro di Cultura e Storia di Minori senza nessun permesso, sarei però felice di contribuire alla correzione delle imprecisioni pubblicati sul presente blog, confidando nella professionalità dei suoi amministratori.
    L’occasione è gradita per porgere distinti saluti,
    Dott. Antonio Mammato


  2. […] di seguito la risposta che per necessità e precisione è stata inviata sottoforma di commento ad un articolo pubblicato sul blog https://santafebronia.wordpress.com/2011/05/01/i-segreti-di-santa-febronia/. […]


  3. Mi è sembrato quanto mai inopportuno limitarsi a pubblicare un semplice riassunto del contributo dell’Arlotta, oltre a limitarsi a citare le tesi di Gregoire. Diverso e scientificamente corretto sarebbe stato il tentativo, da parte della comunità di studiosi di Patti, di approfondire gli studi su S. Trofimena di Minori, soprattutto alla luce del ritrovamento dell’unico testimone manoscritto, studiato dal sottoscritto e pubblicato nel volume La Santa e la Città.
    Se le conclusioni di Gregoire sono impeccabili, lo studio sull’unico testimone manoscritto della leggenda agiografica di S. Trofimena, oltre a dar forza alla tesi sull’artificiosità del legame tra Febronia e Trofimena, dimostra come le conclusioni dell’Arlotta, riportate passivamente da Basilio Caporlingua, risultano alquanto forzate.
    A differenza di quello che sottolinea nell’articolo in questione gli studiosi in realtà hanno sempre evidenziato una conoscenza approssimativa della documentazione d’archivio minoresi. Tale approssimazione, unita alla leggerezza con cui viene analizzato il contesto culturale, religioso, sociale all’interno del quale nasce e si sviluppa la tradizione agiografica sulla figura della Martire Trofimena, non permette un “capovolgimento dell’esile leggenda minorese”, come la definisce l’autore.
    Definire “esile” il culto di Trofimena, consolidato da oltre 1300 anni di storia, dimostra una superficialità imbarazzante nella conduzione degli studi, un’impreparazione preoccupante non colmata dall’analisi dei principali contributi storiografici pubblicati negli ultimi trent’anni.
    Se ormai sembra un’acquisizione più che consolidata la tesi sull’artificiosità dell’identificazione di Trofimena con Febronia, un falso creato per tutta una serie di motivi nel XVI secolo, risulta quanto mai errato e scientificamente inappropriato mettere in discussione la storicità del culto di S. Trofimena, senza tra l’altro proporre argomentazioni fondate su una solida analisi del contesto storico – agiografico altomedievale; un contesto storico in cui il culto conobbe un importate diffusione in buona parte dell’Italia meridionale, come dimostrano le tracce lasciate dalla tradizione agiografica minorese nei martirologi e nei libri liturgici medievali.
    Il codice agiografico Inventio et Translatio S. Trophimae seu Trophimenae (B.H.L. 8317-8318), da poco riportato all’attenzione degli studiosi, congiuntamente agli studi di Massimo Oldoni, dimostrano come in Costa d’Amalfi già nell’Alto Medioevo fosse custodito il corpo della martire, fattore che determinò l’elevazione a diocesi nel 987.
    Mettere in discussione il valore sociale, religioso e culturale del secondo ritrovamento del corpo della Martire siciliana avvenuto la notte tra il 26 e 27 novembre 1793, avvenimento sicuramente romanzato dalla tradizione popolare, risulta un’operazione altrettanto forzata. Se nell’articolo in questione il riferimento alle pagine dell’Arlotta rappresenta il tentativo di screditare la tradizione religiosa minorese, arrivando a mettere in dubbio la reale presenza delle reliquie di S. Trofimena all’interno della Basilica ad Essa dedicata, allora le ricerche e gli studi in questione non meritano particolare attenzione.
    Per l’Arlotta le reliquie ritrovate nel 1793 possono anche non essere quelle di Trofimena, ma i resti mortali di una fanciulla morta sul finire del XVIII secolo e tumulata, come di consuetudine, all’interno della Cattedrale. A dimostrare l’inattendibilità delle tesi pubblicate ricorrono i dati desunti dalla documentazione minorese, in particolar modo le relazioni ad limina dei vescovi, nelle quali si fa esplicito riferimento al severo divieto e all’impossibilità di tumulare i defunti all’interno della cappella dedicata alla Martire, differentemente dalle altre cappelle, provviste di botola per l’accesso al cimitero sottostante.
    Sarebbe quindi opportuno rivedere tali teorie e magari approfondire gli studi sulla documentazione a disposizione. Considero un errore mettere in discussione una tradizione storico, religiosa e agiografica consolidata come quella di Minori basandosi semplicemente su semplici supposizioni non supportate da un’adeguata analisi.
    Inviterei pertanto gli amministratori del blog, e tutti coloro che scrivono recensioni o saggi ad essere molto cauti quando affrontano argomenti storico-agiografici così delicati. Il rischio, infatti, è quello di cadere in errore o scrivere delle sciocchezze.
    Vedo che sul blog sono pubblicati alcuni miei contributi, tra l’altro tratti dal sito del Centro di Cultura e Storia di Minori senza nessun permesso, sarei però felice di contribuire alla correzione delle imprecisioni pubblicati sul presente blog, confidando nella professionalità dei suoi amministratori.
    L’occasione è gradita per porgere distinti saluti,
    Dott. Antonio Mammato


  4. […] siano interessati al dibattito a commentare direttamente l’articolo  cliccando sul seguente link https://santafebronia.wordpress.com/2011/05/01/i-segreti-di-santa-febronia/. Antonio Mammato, Presidente del Centro di Cultura e Storia “Pompeo Troiano”, ha già invitato […]


  5. Ciò che avete scritto, E’ Un’OFFESA nei confronti della nostra Santa, e nella nostra cultura e storia. Questo articolo vuol far credere che La nostra Santa è Un falso Storico? Eresia Purissima….



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